“Lo Stato Moderno” (1944-1949)

“Lo Stato Moderno”, quindicinale di critica politica economica sociale, nasceva a Milano nel luglio 1944 per opera di un gruppo d’intellettuali provenienti dalle file del Partito d’azione. Mario Paggi ne era l’ispiratore e con lui, artefici di una vicenda ideale dai contorni ben definiti, erano Vittorio Albasini Scrosati, Gaetano Baldacci, Arturo Barone, Antonio Basso, Mario Boneschi, Cesare Cabibbe, Giuliano Pischel. Paggi, con molte relazioni nell’ambiente antifascista milanese, aveva ottenuto fin dall’inizio anche la collaborazione degli studiosi che lavoravano all’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale): Enrico Bonomi, Giovanni Lovisetti, Bruno Pagani, Silvio Pozzani, Enrico Serra. Come annunciava il primo numero clandestino della rivista, volevano chiarire con spirito socratico i problemi del futuro e rifondare su nuovi principi la politica dell’Italia uscita da vent’anni di completa mancanza di circolazione di idee. La redazione era composta da quella che venne definita la destra del Partito d’azione, in contrasto con i desideri socialisti di Lussu e compagni che pensavano a un movimento fondato sui consensi, prevalentemente se non esclusivamente, della classe operaia.

Il contrasto si delineava già durante i mesi della guerra civile. Redattori e collaboratori de “Lo Stato Moderno” disegnavano nei loro articoli un partito che dialogava anche con la borghesia liberale e i ceti medi. Le armi della loro battaglia erano la concretezza politica, lo stile antiretorico, il richiamo alla serietà, alla tenacia, alla preparazione: condizioni indispensabili – avvertivano – affinché la discussione non si arenasse nelle secche delle diatribe ideologiche e di partito. Nella polemica tra la tendenza socialista e quella liberaldemocratica “Lo Stato Moderno” si trovò così a difendere posizioni impopolari e col passare dei mesi minoritarie. Le discussioni che testimoniavano la vitalità politica e intellettuale del partito nella comunanza di obiettivi e progetti nella fase militare, dopo la fine della guerra si facevano più profonde e rivelavano un dissenso radicale tra le correnti. La contesa metteva in evidenza la difficoltà di mediare tra l’ideologia socialista e l’ideologia dei fondatori crociani del partito, legati a una visione gradualista della politica, idealisti attenti al reale, cauti nel vagheggiare rivoluzioni epocali.

“Lo Stato Moderno” disegnava una “revisione ideale e istituzionale della democrazia” – come aveva scritto Paggi – volta innanzi tutto a contrastare sul piano teorico e pratico le derive autoritarie dei regimi liberali. L'Europa tra le due guerre non aveva saputo fermare i nuovi apostoli delle nazioni, le loro perniciose teorie politiche e filosofiche che servivano a giustificare atroci violazioni dei diritti e la funesta opera legislativa che ne era scaturita. Ha scritto Paolo Ungari, sottolineando il peso delle esperienze di quei decenni bui dell'Europa: "Tema di "Stato Moderno" fu ancora in un certo modo, quello delle generazioni del 1919 e del 1925: la crisi di un vecchio rapporto tra Stato e società, l'insufficienza del costituzionalismo tradizionale sotto l'urto delle moderne tirannidi demagogiche, l'esame senza pregiudizi delle conclusioni antidemocratiche del pensiero europeo del primo Novecento". Ma il rinnovamento dei metodi e degli obbiettivi maturato all'ombra delle dittature derivava anche dal riconoscimento dei limiti della prassi dei regimi liberali nei passati decenni e dalla consapevolezza della distanza crescente tra i modelli dei vecchi teorici e le trasformazioni della società. La posizione de “Lo Stato Moderno” era andata oltre l’aggiornamento del liberalismo che distingueva la validità dei principi della dottrina liberale dalla prassi liberista, giudicata incapace di correggere le insufficienze e gli arbitrii della crescita economica dei paesi industrializzati. Si delineavano nuovi compiti e doveri per lo Stato, mentre dovevano essere estesi e garantiti i nuovi diritti del cittadino nella società. Nel periodo costituente la rivista di Paggi dava così un importante contributo alla formazione della nuova Carta repubblicana e nel dibattito sul rapporto tra liberalismo, democrazia e socialismo si imponeva con soluzioni lungimiranti che poggiavano su ampi studi storici e politico-sociali.

Alla base della nuova concezione era la sintesi di liberalismo e socialismo: sintesi che esprimeva l’audacia dell’analisi storica e politica e la modernità delle soluzioni legislative e istituzionali proposte. Il patrimonio politico e ideologico del gruppo de “Lo Stato Moderno” coniugava l’aggiornamento della dottrina liberale con la costante difesa dei valori di libertà e giustizia del socialismo, mentre sul piano istituzionale venivano delineate le nuove funzioni che lo Stato era chiamato ad assolvere. I redattori de “Lo Stato Moderno” lontano dalle ideologie inseguivano progetti ambiziosi, ma con la modestia del fabbro: volevano eliminare le ingiustizie e le sperequazioni sociali, volevano che i principi democratici fossero effettivi e non enunciazioni di propositi inattuati, volevano che la libertà non si esaurisse in “mero gioco verbale”. Libertà non di classi privilegiate – come avvertiva De Ruggiero – ma “libertà universalmente umana che pertanto implica il riscatto delle masse diseredate”.

L’importanza e la specificità del contributo de “Lo Stato Moderno”, un unicum all’interno delle iniziative editoriali del periodo postbellico, si concretava già durante il periodo clandestino nella proposta di un organico progetto di costruzione dello Stato democratico liberale e socialista. Il gruppo dei fondatori della rivista aveva rinunciato ai miti dell’azione rivoluzionaria e alle formule della retorica celebrativa e con rigore ed entusiasmo si era applicato alla soluzione dei problemi concreti che assediavano - e assediano perché irrisolti - la vita delle democrazie. La rivoluzione concreta, il nome che Paggi aveva dato al programma sortito da queste premesse empiriche e ideali, era stato bollato con una punta di dispregio da uno dei dirigenti azionisti “pallido riformismo”. Ma Paggi e compagni, estensori di riforme giudicate timide dall’ansia rivoluzionaria dei radicali del Partito d’azione, non disarmavano. Il progetto politico e istituzionale si precisava soprattutto come riforma amministrativa destinata a realizzare un largo decentramento degli organi e delle funzioni dello Stato. Il settore dell’amministrazione pubblica era tuttavia solo il primo gradino di un ampio progetto che andava dalla riforma agraria alla nazionalizzazione delle industrie monopolistiche e di interesse nazionale, dalla riforma fiscale a quella scolastica, dalla pianificazione economica alla creazione di un organico sistema sociale ispirato all’esperienza inglese del welfare. L’estensione dei loro interessi si allargava poi alle questioni relative al rapporto tra società e Stato: architettura costituzionale, riforma giudiziaria, regime dei partiti e dei sindacati, circolazione e selezione delle élites, piani edilizi, trasporti, religione. Nel campo delle relazioni internazionali, infine, si precisava il lungimirante sostegno all’idea del federalismo europeo.

La speranza di avviare a Liberazione avvenuta il piano di rinnovamento materiale e morale dell’Italia non si realizzava che in minima parte e la rivoluzione concreta del gruppo de “Lo Stato Moderno” rimaneva sulla carta. Il riformismo empirico degli azionisti milanesi aveva suscitato l'ostilità delle sinistre, incapaci di comprendere il valore innovativo della rivoluzione concreta di Paggi e refrattarie al linguaggio moderato ed empirico dei suoi fautori. Ma il progetto del gruppo milanese si era scontrato - come è naturale - anche con l'opposizione degli elementi conservatori, timorosi di ogni cambiamento e gelosi custodi dei loro privilegi, che riuscivano a costruire lo Stato liberale cattolico, lo Stato guelfo come lo ha definito Jemolo, sulle ceneri non rimosse del fascismo (non ultima la legislazione del regime rimasta in vigore dopo la Liberazione). La soluzione audacemente riformista fondata sull’esigenza empirica di costruire attraverso buone leggi e buoni istituti la democrazia risultò di fatto sconfitta e “Lo Stato Moderno”, compilando un triste elenco di occasioni perdute, rimarrà fino al 1949 il grillo parlante delle molte riforme – prima fra tutte quella amministrativa – indispensabili all’edificazione di un moderno Stato democratico.

 
Elena Savino

Milano, marzo 2007