Una testimonianza

Tre scritti di Mario Boneschi

Per una antologia della rivista

Il primo numero dello “Stato Moderno” - foglio di critica politica economica e sociale - porta la data del luglio 1944, in piena occupazione nazista dell’Europa ed in pieno fervore della Resistenza.
Le riviste dottrinarie clandestine (oltre a “Stato Moderno” ricordo i quaderni di Giustizia e Libertà, il movimento dante causa del partito d’azione) sono probabilmente un primato italiano: e certo nessun paese quanto il nostro ne sentiva acutamente la necessità, perché nessun altro paese dell’Occidente aveva sofferto per vent’anni della completa mancanza di circolazione di idee.
E di tale necessità non esitò a farsi interprete - pur nella tragica e sanguinosa temperie della lotta clandestina - Mario Paggi, obbedendo a quello che gli sembrò - ed era - l’improrogabile dovere di uomini politici responsabili: andare con lo spirito al di là del dramma quotidiano per proporre e chiarire agli italiani i concreti problemi della loro futura esistenza in un regime di libertà e di garantito rispetto della persona umana.
Nessuno meglio di lui era in grado di svolgere, con spirito socratico, quel compito illuminante. Venuto, dopo gli studi giuridici, nel 1925 a Milano, dalla provincia senese in cui era nato ed aveva assorbito il meglio della cultura toscana, ricco dei più vari interessi culturali e di una vivida intelligenza politica che gli consentiva di scorgere la realtà nei suoi effettivi contorni, sfrondata dai veli e purgata dalle nebbie delle ideologie, aveva potuto intessere, nel corso di un’esistenza pur duramente combattuta, larga rete di amicizie e relazioni politiche e intellettuali, tale da consentirgli un incessante scambio di idee, un continuo contraddittorio suscitatore dei più fecondi ripensamenti. Secondo il Paggi, non c’era un solo nemico da combattere, e cioè l’assolutismo politico, sociale, spirituale, che non aveva esitato ad elaborare e ad imporre l’ideologia della tirannide: ce n’erano altri, non meno pericolosi, e cioè la pigrizia mentale, l’inerte ossequio agli schemi tradizionali, il servile abbandono al facile richiamo dei miti, adottati come realtà effettive. Mentre il regime consumava i delitti e le follie che erano nella sua vocazione storica, avviandosi alla propria rovina con la rovina dell’equilibrio mondiale, occorreva apprestare una coraggiosa revisione critica dei valori, delle ideologie e delle metodologie democratiche, in funzione dell’esperienza storica e delle trasformazioni operantisi in seno alla società e che dovevano dettar norma per l’azione politica. Solo così si sarebbero potuti utilmente preparare gli strumenti della nuova vita democratica, gli istituti destinati a garantire durevolmente le risorte libertà e la libera circolazione delle élites dirigenti: solo così sarebbe stato possibile dare corpo e realtà alla rivoluzione in atto - quella vera, quella del suffragio universale (con tutte le sue conseguenze ed implicazioni) che si levava dalla tomba dell’assolutismo e intendeva diventare un corpo, e non restare una semplice ombra.
Invece di cullarsi in facili e banali illusioni, era più saggio prepararsi ad un’opera di riforma tenace, lenta, paziente e instancabile delle vecchie strutture della società e dello stato, che andavano esplorate, attaccate, modificate e trasformate dall’interno e dall’esterno. Lo stato moderno sarebbe nato non dalle rumorose affermazioni e declamazioni della retorica rivoluzionaria, ma solo da quell’opera faticosa ed oscura, cui nessuno avrebbe plaudito.
A simili concetti di una politica realistica e coraggiosamente aperta sull’avvenire doveva rispondere lo “Stato Moderno”, di cui il Paggi e i suoi collaboratori riuscirono a stampare e a diffondere il primo numero nell’estate di fuoco del 1944, iniziando la lotta al facile verbalismo assembleare ed alle suggestioni mitologiche, che anche questa volta si sarebbero rivelati inconsapevoli, ma insostituibili collaboratori della conservazione e del regresso.
Fu un’impresa generosa, una lotta senza successo, nella quale vennero gettati senza risparmio innumerevoli semi, destinati a rimanere sterili per molti anni, fra l’incosciente indifferenza di classi politiche tanto rumorose quanto inette.
La caduta del regime fascista fu un’occasione irrevocabile, che l’antifascismo non seppe cogliere, perché, uscito dalla Resistenza nella quale aveva manifestato tanta forza e tanta capacità, non seppe inserirsi nella realtà della contingenza storica.
Gli antifascisti credettero di uscire da una rivoluzione, mentre la grande rivoluzione potevano attuarla solo impadronendosi della macchina dello stato, e rifacendola pezzo per pezzo. Il grande tema del rinnovamento democratico fu chiuso alla vera problematica del tempo. L’antifascismo fu pervaso dello schematismo o dall’amore per testi sacri, buoni per tutte le occasioni, e si lasciò fatalmente sfuggire la possibilità di iniettare nella realtà una buona dose dei suoi principi.
“Stato Moderno” combatté contro l’opinione che l’Italia si trovasse nel vivo di una situazione rivoluzionaria tipo, dalla quale la riteneva - come era - ben lontana. “Stato Moderno” lamentava la mancanza di ogni adattamento alla situazione storica, un attaccamento del tutto formale alle ideologie, che si traduceva nella totale assenza di originalità creativa, di ispirazione feconda per gli sviluppi politici, di adesione intelligente alle necessità dell’ora. “Stato Moderno” voleva che si affrontassero i problemi, che si padroneggiassero passo per passo, con la chiarezza necessaria per rimanere fedeli ai principi, con il metodo e la tenacia necessari per l’azione.
“Stato Moderno” avvertì il pericolo di non proseguire la lotta armata con la lotta implacabile allo stato corporativo, antidemocratico, prefettizio, retrivo, mafioso, mentre altri nutriva fiducia miracolistica in fenomeni spontanei che avrebbero travolte le nubi dalle quali pioveva fango.
Agli uomini di “Stato Moderno” riusciva incomprensibile che non si volesse usare il potere, in attesa della rivoluzione per incantamento. Ma l’atmosfera dell’epoca non consentiva altro che discorsi ai sordi, incapaci di intendere come nella logica elegante di Mario Paggi echeggiasse in realtà la viva voce, la vibrante esigenza delle cose stesse. Ben pochi si resero conto che la somma delle riforme, e non soltanto la repubblica, avrebbe creato la democrazia.
Nel contrasto trionfò la forza opposta, l’astuzia elementare, il realismo freddo, la conservazione pura.
Fu l’era di De Gasperi, il cui capolavoro fu la saldatura tra la nuova costituzione democratica e quello stato arcaico che, nato liberale, si era tanto facilmente trasformato in fascista negli anni venti. Tale stato è ormai inattaccabile, perché il correttivo del suffragio universale lo rafforza e lo legittima.
Chi avesse vaticinato, il 26 aprile 1945, che sarebbe irrimediabilmente rimasta pressoché intatta la legislazione illiberale del fascismo, sotto la cappa di una costituzione democratica, sarebbe stato subissato con l’accusa di strambo paradossale e di pessimista esagerato, se non di traditore.
Eppure questo fu, contro la generale ubriacatura di sinistra, il giudizio degli uomini di “Stato Moderno” i quali sapevano che la Resistenza era stata, nella sua realtà umana, una grande ora, ma era nella sua proiezione storica una modesta battaglia di avanguardia, con il fascismo sconfitto dagli anglosassoni.
Non c’erano state né liberazione spontanea dal fascismo, né rivoluzione.
L’Italia democratica, salvo una nobile partenza nel sacrificio, era tutta, proprio tutta da rifare.
Le nostre previsioni teoriche furono confermate non appena arrivò in prefettura a Milano alla fine dell’aprile 1945 un volume azzurrino contenente la raccolta delle leggi emanate dal governo dell’Italia liberata.
Il vecchio stato era ancora là, con tutte le sue cineserie (uso l’espressione ottocentesca di Carlo Cattaneo, senza nessuna allusione alla Cina moderna), con tutte le sue trappole antidemocratiche, con tutta la sua arcadia e la sua camorra. Venne poi il resto, coerente alle premesse.
Sulle cause che condussero al ripiegamento della democrazia ed alla restaurazione del vecchio ordine, si discuterà all’infinito. Ancora una volta, come già nella Germania di Weimar e nella Spagna repubblicana, causa importante fu l’impreparazione del socialismo ad assumere il potere. La realtà rifiutava nel 1945 le soluzioni socialiste, mentre offriva le soluzioni democratiche. Spettava al socialismo assumersi il compito di modellare l’Italia democratica, ed è questo uno dei temi prediletti dagli scrittori di “Stato Moderno”, i quali insistevano sulla necessità che i socialisti avessero la coraggiosa franchezza di riconoscere che essi non avrebbero rotta la civiltà occidentale mediante un assalto classista, ed avessero l’audacia intelligente di riconoscere che il loro ruolo storico era quello di avanguardia evoluzionista della civiltà europea, avente in quel momento la possibilità di fondare la democrazia.
I socialisti preferirono la posizione integralista, il che significò consegnare l’Italia alla democrazia cristiana.
Quanto ai democratici, preferiscono non esistere. La sola causalità sociale e storica, sulla quale si fisseranno le analisi dell’avvenire, non spiega la grande occasione perduta. Causa non secondaria fu l’impreparazione degli uomini, la propensione, tutta italiana e tutta di sinistra, per l’astrattezza, per le formule, per i miti che non mordono sulla realtà, per le ideologie che non si calano nei fatti.
La testimonianza di “Stato Moderno” ci dice che questa involuzione non può essere, una volta tanto, addebitata all’ignoranza delle masse.
Causa importante fu proprio la pochezza politica degli intelligentissimi, che sapevano tutto, salvo le cose elementari.
Spettava ai politici di sinistra capire che il Fronte popolare, allora, avrebbe segnato la vittoria della democrazia cristiana, della quale sono ovvi i limiti.
Spettava ai politici di sinistra eliminare le strutture monarco-fasciste e sostituirle con strutture moderne e democratiche.
Un paese di giuristi non sorresse uomini capaci di demolire, con un’azione coerente e seria, e neppur molto difficile, la legislazione fascista, e di esprimere idee concrete per la legislazione democratica.
Una classe politica di giornalisti, avvocati e professori, non era pronta ad un coordinamento di idee e ad un proficuo lavoro concreto, mentre trovò il suo naturale ambito in un susseguirsi di atteggiamenti velleitari. Il fenomeno, a distanza di tempo, può apparire impossibile ed apparirà impossibile alle nuove generazioni, ormai avviate ad un neopositivismo sociologico; ma c’è qualche testimonianza, oltre la terribile eloquenza dei fatti. Manlio Cancogni dice di quell’atmosfera: “Anch’io ricordo bene quell’epoca. Ad ogni passo si aveva a che fare con dei neofiti (neofiti bene inteso che avevano passato la trentina), che con l’aria di fare grandi rivelazioni, parlavano di plusvalori, classi, sovrastrutture, prassi. Niente giustificava il loro zelo, se non la paura di un nuovo conformismo e la stupidità”. Lo stesso Terracini ha convenuto nel rilievo che prevalse a sinistra una certa tal quale indeterminata, ma allettante attesa di eventi futuri che di per sé, come un uragano, avrebbe raso al suolo l’ancora tenace, lussureggiante ed intricata sterpaglia delle istituzioni, delle leggi, dei rapporti di ogni genere nei quali la vecchia società era cresciuta e si era asserragliata.
Il quadro dell’ambiente politico del tempo è ancora più complesso e sbalorditivo.
Chiedevate di abrogare le leggi fasciste? Vi rispondevano che lo stato non c’era più. Chiedevate l’immediata rimessa in vigore della legge Giolitti sulle aree urbane, abrogata dai fascisti, e vi rispondevano che le aree sarebbero state espropriate. Cercavate di far capire che il comune non poteva legiferare? Vi rispondevano che c’erano i CLN. Replicavate che esisteva il Consiglio di stato, e quelli vi guardavano con il disprezzo che si riserva al formalismo leguleio.
Chiedevate un decreto legge che regolasse democraticamente la forza centrale di informazione moderna, la radio? Non riuscivate ad interessare nessuno al problema.
La scuola? Non interessa la classe operaia. Il sistema fiscale? Il socialismo espropria, non tassa.
“Stato Moderno” chiedeva le libertà e gli altri inneggiavano alla libertà.
Gli interlocutori di questi veridici dialoghi non erano degli sciocchi, e le loro ansie erano rispettabili. Quelli rimasti nella politica hanno ora assunto tutto il gusto del compromesso dell’uomo di governo, sono perfettamente inseriti con ruolo subalterno nel sistema che essi, con la loro politica, hanno contribuito a creare, e quelli che non sono nella politica stanno in posizioni eminenti nelle università, negli affari, nelle professioni, e sono borghesi di perfetto equilibrio.
C’e una coerenza, perché l’estremo pragmatismo di oggi ha l’effetto di consolidare il sistema che l’estremo radicalismo di ieri aveva costruito.
Pertanto in Italia si continua ad andare in galera per delitto di opinione e lo stato è nelle condizioni che tutti sanno e delle quali è persino banale parlare.
Oggi prevalgono nella politica l’assenza di illusioni, anche di quelle sane e feconde, spinte sino all’assenza di fantasia creatrice; il politicismo arido, spinto fino allo squallore; la flessibilità, spinta sino all’abdicazione dei principi; la passività, che mendica la scusa della mancanza di alternative.
Ma nel dopoguerra il richiamo alla moderazione e al realismo richiedeva il cosciente sacrificio di gente disposta a “bruciarsi”.
Fu così che “Stato Moderno” stette a sinistra senza compromessi con lo stalinismo, combatté la destra nella chiesa anteconcilio.
Oggi tanto il comunismo di Stalin quanto il clericalismo di Pio XII appaiono, più che lontani e superati, ripudiati, ma proprio questo rende palese a tutti che per servire la democrazia occorreva contrastare le politiche dei due potentati, allora non ancora dominanti. Non è superbia affermare che “Stato Moderno” espresse in quegli anni decisivi idee che fanno premio sul tempo, e forse potranno fare ancora più premio quando l’evoluzione delle cose avrà attenuato il contrasto delle ideologie. Nelle pagine dello “Stato Moderno” il lettore troverà i segni di quella nuova concezione che vuole valorizzare i dati più fecondi di un liberismo modernamente ripensato, inserendoli nell’ampio contesto di un mercato non abbandonato all’anarchia ed alle aggressioni, ma vigilato e contenuto da poteri responsabili. Ma anche in questo campo vinse la scolastica: il grande apporto politico che poteva derivare da una visione moderna dell’economia fu tranquillamente sacrificato per attaccamento alle immagini sacre.
Il lettore dell’antologia troverà, tanto per fare esempi, tra i problemi che l’opinione di sinistra sdegnava come meramente tecnici, l’invito di “Stato Moderno” ad abolire la “mostruosa” imposta sulle entrate, regalo, come il codice civile, del fascismo moribondo.
Occorre arrivare alla Comunità europea, perché l’imposta venga classificata mostruosa.
E che dire della progressività dell’imposta, introdotta senza adottare l’imposta unica sul reddito, che a “Stato Moderno” appariva, come ne è, il presupposto necessario?
Esattamente ventidue anni prima che il CNEL ne proponesse l’abolizione, era “Stato Moderno” a far adottare dal comune di Milano la deliberazione (rimasta sterile perché senza eco) di mettere nel nulla, con la liberalizzazione pratica, la stupida legge sulle licenze di commercio.
L’onestà e la chiarezza e, si consenta, anche il coraggio civile e la chiaroveggenza, con cui il Paggi e il gruppo di “Stato Moderno” tentarono di introdurre a sinistra la politica dei principi nelle cose, emergerebbero anche più netti se, per ragioni editoriali, non fosse omessa nell’antologia la parte relativa alla politica estera. Anch’essa presenterebbe aspetti attuali, come la previsione che l’edizione nuova del nazionalismo sarebbe stato il non far nulla in politica estera; come l’attenzione dedicata, in quegli anni di isolamento, ai problemi asiatici, nei quali “Stato Moderno” vedeva il fulcro della politica mondiale.
Il richiamo ai problemi concreti potrebbe far credere che il contrasto fosse tra tecnocrati avanti lettera (giuristi ed economisti) e politici, tra empirici e dottrinari.
C’era anche questo, ma il contrasto vero era con una varietà di correnti più o meno socialiste, le quali non si rassegnavano alla scelta tra il sistema sovietico, sola realizzazione del socialismo pensabile in quel momento, e il sistema socialdemocratico di tipo occidentale, al quale però la realtà non lasciava nessun margine socialista, per richiedere la fondazione del presupposto democratico.
Per una trasformazione sociale la grande occasione sarebbe stata offerta dal decollo economico, come dice anche il senno di poi.
Il contrasto era tra estremisti e coloro che non avrebbero atteso gli anni sessanta per rivendicare la fecondità della moderazione.
Quale rivoluzione però se i cosiddetti moderati avessero avuto voce in capitolo in seno a quella che viene chiamata democrazia laica, e in seno al socialismo!
Oggi ci si rende conto che una così agghiacciante immaturità di fronte ai problemi dello stato, immaturità che affonda le radici nell’anima e nella storia d’Italia, era un altro postumo del fascismo, il quale aveva precluso ogni elaborazione di idee, e ci aveva lasciati con la sola esperienza della lotta esaltante ma irriflessiva.
Non ha alcuna importanza stabilire se l’opera di “Stato Moderno” fosse azione politica o mera dissertazione intellettuale e non conta la pur giusta osservazione che, scrivendo, è facile azzeccare profezie.
Mi pare che meriti qualche considerazione lo sforzo per sottrarre la vita pubblica italiana alla sua sempre ricorrente vocazione di mediocrità.
Potrebbe non essere inutile far sì che i popoli d’Europa, i quali ancora attendono la liberazione dal fascismo, meditassero sulla nostra esperienza nei problemi, sempre nuovi, ma sempre eguali, da Lisia e Tacito ai giorni nostri, della caduta della tirannia.
Ripubblicando a distanza di vent’anni le pagine che più si collegano agli insoluti problemi della vita italiana, importa soltanto far giudicare se c’è in esse un’efficace testimonianza e se rimane qualcosa di vivo nella polemica e nelle elaborazioni della rivista che Mario Paggi fondò.
Il fatto solo che gli uomini di “Stato Moderno”, per la maggior parte scrittori non professionisti, operassero con una rivista e non nell’amministrazione o con la legislazione, è una testimonianza dei tempi.
Disse Paolo Sarpi: “Quando li valent’uomini scrivono, è manifesto indicio che non possono operare”.



La rivoluzione concreta:
il programma di “Stato Moderno”

Se dovessi oggi, dagli impulsi e dai sentimenti di allora, estrarre le ragioni che spinsero Paggi a fondare “Stato Moderno”, rivista politica clandestina, Baldacci a assisterlo validamente nella direzione e nella realizzazione, Cabibbe ad esserne il demiurgo e noi a collaborare con loro, direi che fu il timore della retorica, eterna maledizione della storia d’Italia. Sapevamo che alla lotta contro il fascismo sarebbero succedute le tenzoni con l’Arcadia delle Sinistre.
Avevamo davanti agli occhi i disastri provocati dal mito parolaio di Roma imperiale, divenuto politica vera e propria, ma paventavamo anche un’ondata rivoluzionaria senza rivoluzione, quale avevamo visto all’opera nell’avvento del fascismo. La retorica riapparve e ci vinse: questa è la storia di “Stato Moderno”.
Questo filone polemico all’interno dell’antifascismo non fa spicco nella antologia di “Stato Moderno” pubblicata nel 1967 dalle Edizioni di Comunità, ma chi si prendesse la briga di studiare i nostri scritti nella collezione completa vedrebbe il chiodo che stava infisso nelle nostre teste.
Si voleva evitare che venisse celata “dietro le ombre di un nubiloso massimalismo l’aspirazione popolare ad una vita più rigorosa nel campo economico, più rigorosa in quello morale, e più libera in quello istituzionale”.
Si chiedeva agli amici di guardare le cose non “con la passione del ribelle, ma con la freddezza della osservazione politica”.
Nemica era la “mentalità mitizzante che traduce i problemi politici in formule spicciole e sbrigative di propaganda o, d’altro lato, in atteggiamenti sentimentali e irrazionali”.
La nostra predica (inutile) consisteva nel richiamo alla serietà, alla tenacia, alla preparazione. Volevamo che fosse messo fine alla superficialità, che si procedesse alla “costruzione dello Stato da studiare e fondare nei suoi istituti concreti e per il soddisfacimento dei bisogni e delle aspirazioni storicamente determinate dalla società moderna”.
Volevamo “una politica nuova, audace, originale, capace di condurre la rivoluzione italiana dal campo delle speranze a quello della realtà concreta ed effettuale, una rivoluzione armata di strumenti capaci di operare immediatamente e profondamente”. Bisognava avere la forza di rinunciare al mito dell’azione violenta rivoluzionaria nel senso antiquato e barricadero “della parola, ed essere capaci di far penetrare nella coscienza popolare i problemi obiettivi della economia, dei rapporti tra le classi, dei rapporti tra Stato e Chiesa o tra politica e religione, sino a trasformarsi in vere e proprie istanze storiche”.
Puntavamo su di un “rivolgimento di istituti e di rapporti che non si richiamasse né ad astratte postulazioni razionalistiche, valide per ogni tempo ed ogni luogo, né a pregiudiziali teoriche”.
Presupposto di questa scelta politica era il convincimento che la moderna democrazia aveva reso possibile la trasformazione della società attraverso l’azione dello Stato e che il problema italiano fosse la costruzione di un nuovo Stato, di una chiara e cosciente direttiva di governo, intese come il primario strumento del rinnovamento nazionale.
Da questa dottrina nacque il progetto che Paggi definì di “rivoluzione concreta”, dove il sostantivo era una concessione ai romantici del lessico, alla fata Morgana del secolo decimonono, e l’aggettivo non aveva per nulla il significato attuale che la parola concretezza ha assunto con il pragmatismo andreottiano, sganciato da ogni principio.
La rivoluzione concreta venne precisandosi anzitutto come riforma amministrativa, ma l’accento sulla ristrutturazione dell’apparato amministrativo dello Stato non significava che vedessimo nella politica niente altro che una lunga serie di problemi. Significava che vedevamo come esigenza essenziale ed immediata la prosecuzione della lotta contro il fascismo, non più arroccato ai vertici del potere statale, ma capillarmente annidato come una tenia nella viscere dello Stato. Il vecchio Stato era una fortezza da conquistare e poi da trasformare.
Le “vere e durature riforme dello Stato - scriveva “Stato Moderno” - assumono in definitiva l’aspetto di grandi riforme amministrative e un principio politico si tramuta in realtà concreta ed operante soltanto quando entra nell’amministrazione”. In questa ottica l’esigenza immediata era l’abbattimento del centralismo.
Nell’infuocato agosto del 1944 la nostra rivista chiedeva la soppressione dei prefetti con l’articolo dal titolo mutuato da Garibaldi: Una carica inutile nociva.
Ben possiamo definire la repubblica una rivoluzione tutt’ora mancata se pensiamo che il prefetto è ancora là. Non è più il prefetto di Buonaparte con la feluca e la doppia bottoniera, non è più il prefetto regio, manipolatore di voti con un corpo elettorale ristretto, non è più il prefetto di Mussolini con il berrettone e gli stivaloni, in diarchia con il federale, ma una autorità che, benché subordinata al vescovo, è sempre la struttura portante del centralismo.
Decentramento è una parola che forse oggi dice poco, ma allora aveva il grande significato di opposizione alla concezione monarchica, giacobina, bonapartista del potere e di orientamento verso gli istituti anglosassoni e germanici del self-government. Anche in questo eravamo nel giusto poiché decentramento era un’idea destinata a fare strada. Dal campo amministrativo è passata in quello culturale, come risorgimento di valori etnici, economici e linguistici soffocati nel secolo scorso dal centralismo.
Dalle premesse amministrative la rivoluzione concreta si sviluppò nelle pagine di “Stato Moderno” in un vasto e organico progetto che andava dalla riforma agraria alle confische patrimoniali come piattaforma per sviluppi assai al di là del punto di partenza, capaci di estendere la propria influenza nelle più varie zone della vita economica e giuridica.
Fin dal periodo clandestino “Stato Moderno” si occupò non solamente di socializzazioni e di pianificazione economica, ma esaminò anche i problemi di un’organica riforma fiscale, connessa all’assalto delle strutture economiche.
Il programma di rivoluzione concreta non riguardava solamente le riforme delle strutture dello Stato; voleva incidere sulla società in connessione inscindibile.
Di qui l’attenzione ai problemi della formazione della classe dirigente risalendo alla fonte, le università, dell’azione sulle classi medie, della riforma morale che trasformasse gli italiani da sudditi in cittadini.
L’indagine sulla futura rivoluzione concreta era spinta sulla vita collettiva in tutta la sua ampiezza e complessità: la Magistratura, le Corti di Assise, i problemi edilizi, il sentimento religioso, i trasporti, la Chiesa, la cooperazione. Fin dal periodo clandestino raccoglievamo materiale ed équipes per la preparazione dei decreti legge per la ricostruzione immediata dello Stato italiano: ritocchi al codice penale Zanardelli da rimettere subito in vigore; leggi di assistenza sociale secondo le linee del piano Beveridge inglese nelle più modeste possibilità italiane; liberazione del commercio; riviviscenza della legge Giolitti sul plusvalore delle aree fabbricabili, leggi urbanistiche sui modelli inglesi ed olandesi che ci eravamo procurati durante l’occupazione non senza rischi; ritorno alla nazione delle acque privatizzate nel 1917; immediata riorganizzazione e potenziamento dell’I.R.I. da considerare come uno dei principali strumenti di politica economica; revisione delle esenzioni fiscali; revisione del sistema degli incentivi alle imprese private; professori universitari a tempo pieno e via dicendo.
Vi era qualcosa di patetico nell’ansia, isolati come eravamo dal mondo, di spaziare sul mondo: la pace futura, la formazione dell’Europa, i fronti militari che si andavano chiudendo, l’Asia lontana e a ferro e fuoco.
In pochi mesi ebbero sfogo le meditazioni di una ventennale radicale opposizione. Ne ricaverei che solo l’opposizione totale rende lucidi.
Avvenuta la liberazione, il progetto di rivoluzione concreta venne vivificato con il richiamo all’“esperienza vissuta d’una insurrezione popolare di vaste proporzioni, insurrezione che doveva continuare negli spiriti fermamente decisi a non adattarsi ad alcun genere di restaurazione conservatrice”.
In quel momento sprigionava una notevole forza il raffronto tra l’incapacità, la timidezza e lo smarrimento del regime di Roma, dei suoi prefetti, dei suoi generali e dei suoi burocrati nei quarantacinque giorni del 1943 e la competenza, l’energia, la capacità, lo spirito di iniziativa degli uomini della Resistenza.
Malgrado questi entusiasmi, nel progetto di “Stato Moderno” non c’era spazio per alcuna illusione. Sapevamo quanto la ragione possa ben poco contro l’irrazionalità umana.
Nessuno di noi si illudeva che la cacciata dei nazifascisti fosse la vittoria dell’antifascismo. La rivoluzione era ancora tutta da fare. Si dovevano studiare le condizioni strategicamente più utili per vincere rapidamente e risolutivamente nell’urto tra la vecchia e la nuova Italia, tenendo conto che al diffuso desiderio di rinnovamento non corrispondeva una eguale coscienza, anche nel pubblico colto, dei problemi economici, politici, giuridici che il futuro avrebbe posto sul tappeto.
“Stato Moderno” proseguì nel suo cammino sempre nella stessa direzione, pungolo per i costituenti. Il progetto di rivoluzione concreta continuò e si sviluppò, dalla difesa del laicismo contro lo stato guelfo che cattolici e comunisti andavano costruendo, alla dottrina della inscindibilità della politica interna da quella estera.
Giustamente viene oggi esaltato, come atto di nascita in Italia del federalismo europeo, il Manifesto di Ventotene.
Ma non si dimentichi però che per “Stato Moderno” il problema dell’organizzazione federale dell’Europa era un presupposto indiscusso di studio e di azione.
Naturalmente anche l’economia era al centro delle ricerche. Nella redazione entrò Libero Lenti e la critica economica ebbe l’impronta del suo spirito scientifico e pratico. La pacata ironia di Lenti mi richiama alla mente uno degli amici scomparsi, Arrigo Cajumi, che con il suo mordente sarcasmo avrebbe potuto far cambiare il titolo della rivista in “La frusta politica”.
La nostra fu un’utopia; chiedevamo che gli italiani facessero ciò che non sanno fare e il paese si accontentò di una costituzione dipinta. Però l’Italia era, al momento della liberazione, una materia malleabile e lo sforzo doveva essere fatto. Non era assurdo pensare che le costanti retrive della società italiana potessero, in quel momento, essere demolite o almeno contenute.
Disgraziatamente non furono neppure attaccate.
La dottrina della rivoluzione concreta ci divideva dai marxisti, i quali, coerentemente con le loro teorie, ritenevano che la trasformazione dello Stato sarebbe derivata da quello che essi amano chiamare la distruzione del capitalismo e che Guglielmo Ferrero aveva ammonito essere soltanto sterminio di capitalisti.
Secondo loro tale distruzione era prossima e certa; non vi era che attendere. Si attese e si attende ancora.
Questo ce l’aspettavamo; ci sorprese invece che le nostre elementari richieste di democratici ci ponessero in conflitto con la maggioranza dei nostri compagni del Partito d’azione.
L’esponente di allora della maggioranza di tale partito del nord d’Italia definì il nostro progetto “pallido e lento riformismo”. Curioso destino.
Tutti in Italia oggi sono riformisti, salvo forse i terroristi, ma non ci sono le riforme.
Il filone documentale di questo conflitto lo troverete più che nei ponderosi articoli dottrinari, nella ultima pagina della serie clandestina della rivista, in una nota intitolata Polemichette in famiglia. Di Ponzio Pilato, della democrazia e del diritto privato.
Ci si accapigliava, tra “Stato Moderno” e “Italia Libera” ossia tra azionisti, con i nazifascisti ancora addosso, sulla questione greca e la polemica era in realtà una divergenza insanabile sul problema capitale del momento. Si doveva plaudire ai partigiani greci che avevano preso la via della montagna per consegnare il paese alle truppe sovietiche?
Non è facile, di fronte a un problema oggi completamente superato, rendersi conto di quanto esso fosse allora importante, vivo e drammatico.
Per tutti oggi è chiaro che l’Italia è occidente e che deve stare in occidente, ma allora la pregiudiziale agitatoria collocava a oriente anche il nostro partito.
Nessuno pensa oggi che sarebbe stato possibile, ma neppure che sarebbe stato augurabile, portare l’Italia nell’orbita sovietica, e nessuno vorrebbe che il nostro paese fosse oggi al posto della Polonia.
Meno di tutti lo volevano i sovietici e i capi comunisti italiani, ma lo volevano i capi azionisti.
La scelta comandava la concezione del tipo di Stato. Noi dicevamo no a uno Stato di tipo sovietico, ma il Partito d’azione alla zuppa dello Stato dei consigli voleva sostituire il pan bagnato dello Stato dei Comitati.
Il contrasto si trasferì così sulla questione dei Comitati di Liberazione.
Alla nostra rivoluzione concreta una folla di sapienti (Clemenceau avrebbe detto: “sanno tutto e non capiscono nulla”) oppose che non c’era nessuna rivoluzione da compiere. La rivoluzione era già stata fatta. Lo Stato era sparito, era stato sostituito dai C.L.N.. Dunque: tutto il potere ai C.L.N..
“Stato Moderno” puntava sul Comitato Nazionale dal quale uscivano i governi: i dotti puntavano sui comitati periferici, dominati dai comunisti.
Noi prevedevamo fin dal momento clandestino l’avvio verso un periodo diarchico: il C.L.N. da una parte sostenuto dal popolo e la monarchia dell’altra, con la sua corte di ceti conservatori, capitalistici e burocratici.
Questo periodo sarebbe stato di breve durata, ma di decisiva importanza; è probabile, scriveva Paggi, che dopo non si parlerà più per parecchio tempo di trasformazioni istituzionali e costituzionali; di qui la necessità di impadronirsi sin da oggi di quelle posizioni nella struttura della vecchia Italia che consentiranno un trapasso più agevole e più rispondente all’interesse nazionale.
“Stato Moderno” voleva che “invece di agitare il mito del C.L.N. si facesse politica del C.L.N. ossia che i partiti raccolti nel C.L.N. tenessero in pugno la sovranità con predominanza della sinistra fino al Parlamento eletto”. Ma a sinistra si credeva o si fingeva di credere che dai C.L.N. potesse sprigionare una forza politica unitaria rivoluzionaria, che i comitati fossero il nuovo Stato.
Era dottrina seriamente praticata, anche se non seriamente concepita, che il vecchio Stato era morto nel nord Italia, travolto dalla dissoluzione della Repubblica di Salò. I C.L.N., nuovi organi politici ed amministrativi, ne dovevano prendere il posto. Dai comitati di liberazione doveva uscire un nuovo diritto, i comitati erano organi di autogoverno totale, erano popolo di assemblee permanenti.
Era l’adesione totale allo slogan lanciato dai comunisti: “Tutto il potere ai C.L.N.” pallida eco del grido: “Tutto il potere ai soviet”, che aveva portato in Russia le masse alla rivoluzione di ottobre.
Ma i comunisti, appena reduci dalla svolta di Salerno, non potevano approvare che un improvvisato Stato dei comitati del nord marciasse contro la monarchia luogotenenziale del sud, da loro appena riconosciuta e si sbarazzarono subito del Partito d’azione. Nel nord i comunisti facevano proliferare i C.L.N. e ne conquistavano la maggioranza con la moltiplicazione nei Comitati delle rappresentanze, donne, partigiani, gioventù, lavoratori, tutti di estrazione comunista, ma non commettevano l’errore di credere che questi organismi potessero costituire e sostituire lo Stato.
Inutilmente “Stato Moderno” diceva che organi agenti secondo la regola della unanimità, quali erano necessariamente i C.L.N. fino al responso dell’appello al suffragio universale, non avrebbero potuto né esprimere direttive rivoluzionarie di strutture o anche semplicemente di gestione, né trasformarsi in organi attivi della gestione dello Stato. Essi semplicemente sostituivano, pro tempore, il corpo elettorale.
La “polemichetta in famiglia” tra Vittorio Albasini Scrosati e l’esponente della maggioranza del partito su “Stato Moderno” del luglio 1945, si concludeva con le dure, ma inconfutate parole di Albasini: “Politica di bizzarre illusioni - più da fumeurs d’opium - che non da esperti: i nostri amici della “tendenza maggioritaria” hanno costruito la loro politica - purtroppo la nostra politica - non sul solido mondo delle cose terrestri, ma su quello aereo, impalpabile e inconsistente, del fumo delle loro sigarette”.
Quanto sia plagiata l’Italia attuale clerico-marxista lo dicono il perpetuo silenzio cui fu ridotto Albasini e l’ascesa del suo antagonista a interprete dell’antifascismo italiano.
Scrisse Cingano anni or sono che la lettura dei fascicoli di “Stato Moderno” produce una sensazione dolorosa: percepivamo e diagnosticavamo i grossi nodi politici del paese, ma nel contempo ne scoprivamo la ineluttabilità.
Libero Lenti a sua volta scrisse che nelle nostre rievocazioni c’è il bilancio di una generazione: la generazione dei giovanissimi al momento dell’inizio dell’avventura fascista. Una generazione che, più folta, avrebbe potuto resistere tanto contro quella dei “revenants, qui n’avaient rien appri et rien oublié”, quanto contro quelle successive, portate irrimediabilmente dagli eventi a inseguire nuovi irraggiungibili miti di massa.
Non è vanità da parte nostra essere grati ai giovani del “Politecnico” che rievocano la nostra fatica e che ci fanno pensare che “Stato Moderno” abbia realizzato l’augurio di Arrigo Cajumi: “Speriamo che la vecchia guardia antifascista muoia senza arrendersi”.
Queste pagine ingiallite dicono che la vecchia guardia si è fatta sterminare, senza lanciare superbe parolacce di sfida alla mediocrità trionfante, ma rendendo composto omaggio a quelli che Paggi aveva definito, con una meravigliosa sintesi riassumente tutta la disperazione della clandestinità: “I nostri poveri morti sotto falso nome”.



Nota su Gaetano Baldacci e la casa editrice Gentile

Non è facile oggi ed a me è riuscito impossibile raccogliere dati esaurienti sulla casa editrice Gentile, iniziativa parallela collegata a “Stato Moderno”. Regola elementare dei tempi della lotta contro i fascisti e l’occupante nazista, era di venire a conoscere il meno possibile circa le attività che gli altri andavano esplicando. Non si può confessare ciò che non si conosce. Dopo la liberazione in tutt’altre faccende affaccendati non abbiamo sentito la curiosità di raccontarci tutto quello che era stato fatto. Non pensavamo che i “posteri” ci avrebbero fatto l’onore di occuparsi di noi. Come Mario Paggi e Gaetano Baldacci siano entrati in rapporto, come dal loro sodalizio sia scaturita la realizzazione di una rivista e di una casa editrice clandestina, come assegnare le quote di merito dell’iniziativa, lo potrebbero narrare solo quelli che sono scomparsi.
E’ certo, ed è giusto sottolinearlo oggi, che a monte di “Stato Moderno” sta l’incontro di due personalità eccezionali. Non ripeterò quanto su Paggi gridano gli atti del convegno, darò la mia testimonianza su Baldacci, figura complessa, geniale, versatile, coraggiosa fino alla temerità. Nato a Messina, Baldacci aveva sentito in sé da sempre la vocazione del giornalista. A 17 anni si era trasferito a Roma per frequentare la facoltà di Scienze politiche. Ma anche il destino di Baldacci, come quello di noi tutti, fu segnato dallo scriteriato arresto che il fascismo distribuiva alla gioventù con tanta facilità. Il pretesto per la retata nella quale incappò Baldacci fu la mancanza di rispetto, forse anche rissa verbale, verso un potente gerarca. Liberato, sia per la giovane età sia perché a Messina la sua famiglia era influente, Baldacci tornò nella città natale e si iscrisse alla facoltà di medicina. Perché il cambiamento radicale di indirizzo degli studi? La madre aveva persuaso Gaetano che la professione di giornalista non faceva per lui in regime fascista.
Aperto alla logica scientifica come a quella umanistica, dotato di straordinaria capacità di apprendimento, il giovane si addottorò in medicina. Nel 1937 si trasferì a Milano dove esercitò la professione medica vicino a scienziati come Cesa Bianchi e Margaria. Ottenne con lavori scientifici la libera docenza in medicina del lavoro e fu aggregato all’Università di Padova. Il giornalista che conviveva in lui faceva capolino con collaborazioni a quotidiani e riviste mediante articoli di divulgazione scientifica. A Padova era entrato in solidarietà politica con Marchesi e Valgimigli, a Milano aveva conosciuto e sposato Luisa. Verso la fine del 1942, maturando i tempi dell’azione, tornò a Milano assicurando il sostentamento della famiglia che andava crescendo, con la professione medica e con le collaborazioni di pubblicista scientifico.
Alla poliedrica capacità di Baldacci, studioso e uomo d’affari, molto devono “Stato Moderno” e la casa editrice Gentile.
Gentile era il nome della madre ed era l’identità che Gaetano aveva assunto in quel periodo. La moglie ricorda che il finanziamento iniziale alle due imprese fu dato da un industriale tessile di Albiate Brianza, Peppino Caprotti, uomo al di sopra della ottusità politica comune alla sua classe, in grazia di una particolare intelligenza e forse anche per influenza della moglie francese. Baldacci rimborsò poi parte dei fondi al Caprotti quando realizzò una modesta eredità edilizia di Messina.
In parte la casa editrice serviva di copertura a “Stato Moderno”, in parte fu una autonoma impresa impegnata per la rieducazione democratica degli italiani. Gentile pubblicava la “Rassegna d’Italia”, diretta da Francesco Flora sulla quale scrisse anche Benedetto Croce. I volumi realizzati e quelli progettati rivelano un intelligente organico disegno culturale, una sorta di larga proiezione del pensiero degli scrittori di “Stato Moderno” tanto come base culturale delle loro opere quanto come completamento di esse. Fu pubblicato il Diario dei tentativi di pace di Bernadotte, allora capo della Croce Rossa Internazionale e che si sarebbe poi avviato al tragico destino in Medio Oriente. La riedizione di Steinbeck come campione della cultura americana, la pubblicazione della biografia del capitano Beltrami, il proto-partigiano, scritta dalla moglie, gli studi storici di Giusti e Salvatorelli, quelli sulla Russia Sovietica, pianeta allora del tutto sconosciuto, di Giusti e di Bergmann, l’opera, non superata dalla evoluzione della società, di Pischel sui ceti medi, la ripresa progettata e solo in parte realizzata di scritti di Gobetti, Amendola, Marx, danno un quadro di un’intelligente e organica opera culturale. Non so quali furono le cause della fine della casa editrice Gentile. Certamente influì il sopravvento della cultura gramsciana che ci creò attorno l’indifferenza. Influì probabilmente anche il passaggio di Baldacci dal giornalismo militante al “Corriere della Sera”.